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di Mariano Pane

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Il tema è quello tragico della fame e del modo di rimediarvi. Nonostante la serietà dell’argomento, l’autore, giocando fra satira e umorismo, affronta il compito con lievità, descrivendo nei dettagli le soluzioni che hanno aiutato per secoli i meridionali a sopravvivere nei periodi di carestia.

Qui si racconta di una cucina virtuale nata nei bassi, nelle povere case contadine ma anche in aristocratici palazzi di nobili decaduti. Il saggio iniziale è un contenuto di pensieri sulla gastronomia ma anche un pretesto per parlare di storia, politica, costume, letteratura, pittura, musica, cinema, scienze, restando il cibo leit-motiv di tutto il libro. La sarcastica critica ai cuochi creativi si trasforma pian piano in attacco al consumismo e alle sue degenerazioni, coinvolgendo la storia degli ultimi due secoli del Meridione d’Italia, e di Napoli in particolare. 

I versi di Stelio Ricciardi, ironici e leggeri, sono “serviti” fra le varie portate come vino spumeggiante per armonizzare questo ipotetico pranzo dalle tante portate immaginarie, sobrio per gli affamati ma divertente per il lettore di spirito.

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